Nell'ultima giornata di EuroLeague Women, il Famila Wuber Schio ha fatto visita alle campionesse d'Europa di Praga, perdendo 78-66. Nonostante il risultato negativo, che mette le Orange di fronte a un vero e proprio spareggio per la qualificazione all'ultima giornata, la trasferta ceca è stata molto particolare per María Conde, tornata per la prima volta da avversaria alla Kralovka Arena, dopo averci giocato dal 2020 alla scorsa stagione, chiusa in anticipo per l'infortunio al tendine d'achille ma con la vittoria dell'Eurolega. La giocatrice spagnola racconta alla Lega Basket Femminile il momento attuale della squadra, attesa dalla sfida di campionato contro la Reyer Venezia, ma anche le sensazioni a poco più di un anno dal grave infortunio e alla prima stagione in Italia.
Come è stato tornare a Praga da avversaria?
Più strano che altro, è un luogo dove ho vissuto cinque anni, e tornare in un modo diverso è sempre una sensazione particolare, ma molto bene. Ho potuto rivedere il pubblico che mi ha sempre trattato molto bene e amicizie che ho lì, è sempre bello tornare in un posto dove ho dei legami e ho vissuto molte cose.
La sconfitta di Praga vi obbliga a vincere in casa contro Bourges per qualificarsi. Sarà l’undicesima partita in poco più di un mese da inizio 2026, tre giorni dopo la partita a Venezia in campionato. Come state affrontando un momento così intenso della stagione?
Per tutte le squadre è più o meno complicato in base alle competizioni, ma gennaio è sempre un mese molto difficile, tra il ritorno dalla pausa, la fine dei gironi di Eurolega, abbiamo avuto anche la Coppa e partite di stagione regolare. Gennaio è sempre in salita per chiunque, è stato un mese complicato perché abbiamo anche avuto una serie di infortuni più o meno gravi, non abbiamo la squadra al completo da mesi e questo si fa sentire in un mese con così tante partite, perché porta ad accumulare più minuti per chi c’è, ed è difficile da gestire. Evidentemente sarebbe stato meglio vincere, ma la cosa positiva è che è ancora tutto nelle nostre mani, ed è quello che ogni squadra vorrebbe. Dipende tutto da noi, giochiamo in casa, sarà una partita difficile ma se vinciamo siamo qualificate, e al play-in sarà la stessa cosa. Non è la miglior posizione, sarebbe stato meglio se avessimo portato a casa la partita di Praga o una delle precedenti, ma dipende ancora tutto da noi e questo è importante.
Con il secondo anno del nuovo formato e grandi squadre che sono tornate competitive, pensi che l’Eurolega di quest’anno sia più esigente e competitiva rispetto alle ultime?
Non so quanto sia più difficile, perché nella prima fase ci sono state diverse partite con differenze più ampie, anche se non tanto nei nostri due gironi che sono stati abbastanza equilibrati. Nella seconda fase però, una volta eliminate squadre meno competitive, è vero che è tutto è molto più equilibrato e può succedere di tutto. Al momento la situazione è la stessa nei due gironi, con le prime due già qualificate, ma che hanno perso qualche partita con chi è dietro, mentre terza, quarta e quinta si giocano tutto all’ultima giornata. È vero che ora c’è un equilibrio più diffuso.
Con la situazione attuale, se le due squadre italiane dovessero vincere si affronterebbero anche ai play-in, ma intanto giocherete contro Venezia anche domenica in campionato. In cosa è diverso affrontare una squadra di livello Eurolega in stagione regolare?
Credo che giocare così tante volte contro la stessa squadra sia un po’ un’arma a doppio taglio. Abbiamo già affrontato Venezia due volte quest’anno e domenica ci sarà la terza, se ci incontriamo anche in Eurolega ne giocheremo almeno altre due, e poi se più avanti ci incrociamo anche ai playoff potremmo giocare sette o otto partite contro la stessa squadra. Può essere un bene da una parte, perché conosci la squadra contro cui giochi, le giocatrici e facilita lo scouting, ma dall’altra giocare così tante volte contro ti può rilassare in alcuni aspetti: magari si può pensare che dopo aver vinto di 15 o 20 la partita precedente allora si vincerà di 15 o 20 anche in casa loro, ma non è così. Loro sono una squadra equilibrata, hanno lunghe molto forti che possono correre e diverse tiratrici, hanno soluzioni che non sono semplici da arginare, e in più giocano in casa. Anche se giocassimo contro ai play-in avrebbero il fattore campo, e giocare in casa è sempre diverso da giocare in trasferta. Sono partite che dobbiamo rispettare molto, andare lì questo fine settimane a competere bene, perché ci aiuterà a preparare la partita con Bourges e anche a giocare in casa di Venezia, con il loro ambiente e nella situazione in cui si sentono più comode. Abbiamo giocato entrambe le volte a Schio finora, ora andiamo fuori casa e vedremo come andrà.
Dopo la vittoria con Campobasso, Giorgia Sottana ha detto in conferenza stampa di preferire partite più difficili in campionato prima di una importante in Eurolega. La vedi allo stesso modo?
Dipende dalla situazione della squadra. Evidentemente giocare partite dure permette di essere più competitive e abituate a giocare dei finali combattuti, ma se ci sono problemi di infortuni e molti minuti da dividere tra pochi giocatrici diventa una partita in più in cui dare minuti a chi è già sovraccarica. Ovviamente preferisco sempre giocare partite competitive, perché adoro giocarle e ci serve per imparare anche da noi stesse nell’affrontare squadre che ci mettono in difficoltà.
A inizio stagione hai dichiarato di essere qui per vincere e di essere disposta a fare tutto quello di cui la squadra avesse bisogno. A inizio 2026 avete già vinto un titolo con la Coppa Italia, in cui non hai potuto giocare per infortunio. Come è stato viverla da fuori, senza poter contribuire in campo ma essendo sempre coinvolta nel gruppo?
Vivere le cose da fuori è sempre difficile, quello che vogliamo noi giocatrici è sempre essere in campo e poter dare il nostro contributo, ma la stagione sta andando così. Perdere giocatrici per infortunio vuol dire che altre devono fare uno sforzo in più, e magari ad esempio nei mesi in cui non abbiamo avuto Sottana c’è stato un carico maggiore per me, e a un certo punto ho avuto bisogno di fermarmi. La cosa migliore è che la squadra mi ha dato la possibilità di capire subito l’entità dell’infortunio, con gli infortuni muscolari bisogna fare attenzione e se ci si gioca sopra può diventare peggio di quello che poteva essere, abbiamo fatto subito una risonanza e capito che dovevo fermarmi. A quel punto dovevo fare quello che potevo per aiutare la squadra, anche stando fuori, incoraggiando le compagne e facendo attenzione a leggere alcune situazioni di gioco per dare un feedback. Una volta che sai di non poter giocare, bisogna trovare un altro ruolo per poter aiutare.
Era già successa una cosa simile, ma in un contesto molto diverso, con la Final Six dello scorso anno dopo l’infortunio al tendine d’achille, che ha chiuso la tua esperienza a Praga. Perché hai deciso di cambiare squadra a metà del percorso di recupero dall’infortunio? Era una decisione che avevi già preso prima?
Era una possibilità già prima dell’infortunio, ero da cinque anni nello stesso posto, e arriva un momento in cui il corpo e la mente hanno bisogno di cambiare. Nel momento in cui mi faccio male, nella mia testa mi ero già detta che quella sarebbe stata la mia ultima partita con Praga. A volte i cambiamenti nella vita succedono passando per momenti così, e con l’infortunio per me era già molto chiara, senza conoscere le intenzioni del club. Mi ero fatto male, dovevo recuperare e avevo bisogno di ricominciare e di cambiare aria, perché mentalmente ne avevo bisogno.
Aver passato così tanto tempo lontana dai ritmi abituali di una stagione, concentrata sul recupero ma potendo anche riposare il corpo e la mente, ha cambiato il modo di vedere le cose e affrontare la stagione una volta rientrata?
Sicuramente. Da giocatrici, fin da quando iniziamo a essere professioniste, saliamo su una ruota che non si ferma mai, soprattutto se in estate c’è la nazionale o si va a giocare negli Stati Uniti. Accendiamo il pilota automatico e la ruota gira continuamente, finisce la stagione e in estate ti prepari per la nazionale, poi giochi in nazionale, prepari la stagione successiva e via così. In questo processo è difficile fermarsi e ricordarsi che la pallacanestro è molto importante, è il mio lavoro e quello che amo fare, ma ci sono molte altre cose che ci perdiamo per strada. L’infortunio mi ha aiutato molto per questo, sono tornata a vivere a casa mia dopo 10 anni in cui non passavo mesi di qualità in famiglia. Mi ha fatto apprezzare di più qualcosa a cui davo molto valore e di cui sentivo di avere bisogno, ma che ho potuto vivere in modo diverso, e in più anche a prendere il basket con una voglia diversa. In questo mi ha aiutato molto cambiare squadra: sono arrivata in un posto nuovo, con nuove ambizioni e un nuovo progetto sentendomi una persona diversa, avendo vissuto qualcosa di unico. Portando qui tutto questo processo e avendo chiaro in mente cosa era importante per me ho potuto affrontare la stagione in un altro modo.
Il recupero non finisce con il ritorno in campo. Spesso dopo infortuni così gravi si arriva alle prime partite al massimo emotivamente e fisicamente, ma poi ci sono diversi alti e bassi nel ritrovare le sensazioni. Hai notato qualcosa di questo tipo?
Lo noto ancora adesso. L’infortunio non è qualcosa che sparisce, il corpo cambia e deve passare un processo molto lungo per sopportare certi carichi in modo diverso. Nelle prime partite c’era un’energia extra nel pensare che dopo otto mesi senza giocare ero di nuovo in campo a fare quello che più mi piace, ma poi quando è iniziata stagione e hanno iniziato a esserci così tante partite, minuti e viaggi, il corpo recupera in modo diverso. Non è solo l’infortunio, è anche il tempo che passa: mi sono infortunata un anno fa, ora sono María un anno dopo, e questo ha delle implicazioni per il corpo e la mente con cui bisogna imparare a convivere. È un processo che va oltre il tendine d’achille, ci sono altre cose che vanno e vengono come in altre stagioni, ma a cui si aggiunge tutto il tempo ferma. Per me è un insegnamento continuo.
Com’è la vita a Schio?
Sono molto contenta qui, lo dico a tutti. Forse se fossi arrivata prima, quando avevo 21 o 22 anni, non lo avrei apprezzato nello stesso modo. Penso che io e Schio ci siamo incontrate nel momento perfetto. Erano due o tre anni che mi chiedevo se fosse il momento di tornare in Spagna, dieci anni fuori sono molto tempo lontana dalla famiglia e lasciano il segno. Una delle tante cose buone che mi ha dato l’infortunio sono stati i sette mesi a casa, che mi hanno aiutata a non sentire più questa sensazione, e sono arrivata a Schio con la voglia di stare di nuovo lontana da casa senza pensare di perdermi qualcosa. Sono molto felice qui, le persone mi trattano bene e ho solo cose positive da dire.
C’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente o che non ti aspettavi all’interno del club?
Sicuramente la grande professionalità che hanno, già lo sapevo per come mi ero informata prima di arrivare, ma è sempre bello essere in posto e vedere che le cose vengono fatte come si deve. Nei miei anni a Praga ho sempre giocato contro Schio, e ogni volta che sono venuta qui ho sempre avuto un bel ricordo dei tifosi, dell’ambiente che creavano e di come erano rispettosi nei confronti delle avversarie, e ora poterlo vivere da questa parte è altrettanto bello. Come tutti si arrabbiano se perdiamo e sono contenti quando vinciamo, ma se ti incontrano per strada hanno sempre una parola, è un qualcosa di cui sono grata. E in più ci seguono ovunque, hanno grande passione per la squadra e per il basket e ne siamo molto grate. Essere a migliaia di chilometri di distanza e aver sempre qualcuno che tifa per te è meraviglioso.
Che impressione ti ha fatto il campionato italiano?
Vengo da un campionato di livello molto basso come quello ceco, in cui la distanza tra la prima e l’ultima è abissale e non si poteva competere. Nel campionato italiano è diverso, ci sono differenze come in tutti i campionati tra le prime e le ultime, ma ci permette di competere ogni settimana. A volte c’è spazio per ruotare e provare cose diverse, ma in generale bisogna sempre essere pronte perché ogni squadra può creare problemi. Era qualcosa di importante per me, perché venendo da un infortunio volevo poter competere costantemente, avere minuti e poter leggere situazioni che solo si hanno solo con partite combattute. Sono arrivata in una competizione con condizioni che per me erano ideali e così sta andando.
Pensi che la cultura di basket femminile che c’è in Spagna possa essere un esempio da seguire in qualche aspetto in particolare?
Certamente in tutto ci sono cose positive e negative, ma sta diventando un campionato molto equilibrato, in cui le ultime se la giocano con le prime ogni settimana e sempre più squadre riempiono i palazzetti ogni giorno della settimana contro qualsiasi avversario, evidentemente è qualcosa a cui guardare. Lì il basket femminile è a questo livello e fa emergere giocatrici da molto tempo, e bisogna essere capaci di cavalcare quest’onda per ricevere appoggio delle istituzioni, dei club e dei tifosi. Qui ci sono società di livello, e Schio è certamente una di queste da moltissimi anni, a partire dal presidente Cestaro che appoggia la squadra da molto tempo e ha creato una certa cultura in una cittadina che respira basket. A volte è giusto guardare fuori e prendere quello che c’è di positivo in campionati come quello spagnolo, ma anche qui ci sono esempi. Questo è un progetto che si è costruito nel tempo, e penso sia giusto guardare e cercare di capire cosa funziona e perché qui la gente si appassiona, e così poter crescere. Se arrivano sponsor o club che già avevano una sezione maschile possono dare una spinta per crescere, ma oltre a vedere cosa c’è di buono in altri Paesi penso sia giusto guardare a cosa si fa di buono qui per poter crescere.
(Foto FIBA)