Appunti dal campo, attraverso un numero, una statistica insieme alle parole di chi è protagonista, per provare ad arrivare ad un pensiero tecnico.

26 punti. 5 su 11 da 3, 2 su 5 da 2. Poi 7 su 9 dalla linea di tiro libero, insieme a 4 assist e 2 palle recuperate. Questi i numeri di Francesca Pan nella vittoria di Georgia Tech contro Virginia Tech.

“Non avevo intenzione di prendere l’aereo”. Più di un coach di college l’aveva contattata. Messaggio via Facebook (il primo passo per mettersi in contatto anche nel reclutamento...). Francesca aveva letto. Quasi sempre risposto per educazione. Mai per reale interesse. Poi MaChelle Jones viene in Italia. Una volte, due volte. Si incontrano. Non sa bene l’inglese. C’è Antonia Peresson (che a Georgia Tech già gioca) a tradurre. “Ascoltare di persona. Guardarsi. E’ stato decisivo. Il non sapere l’inglese non era più una paura. Il sapere che -comunque- se non mi fossi trovata bene, sarei potuta tornare a casa, mi ha fatto salire sull’aereo”. A volte i dubbi diventano scuse. A volte i dubbi spariscono guardandosi negli occhi come persone, senza ruoli.

“Bahamas, Messico e pizza all’Antico”. Francesca racconta pezzi di esperienze negli States, mischiando l’aver potuto vedere posti e fatto cose “che altrimenti non avrei mai fatto”. Come andare alla Bahamas e in Messico, come volare su un jet privato con la squadra, come essere dentro un’organizzazione che non ti fa mancare nulla. E con la massima qualità. Mischiandole , appunto, con il piacere vero di andare a mangiare una pizza all’Antico con Carlotta Gianolla e Francesca Minali, ma anche insieme a due studenti di ingegneria aerospaziale, Andrea e Gianna., che nulla sanno di basket. Mischiando come è fatta lei. Auto-ironica. Poi seria, poi comodamente quotidiana, poi agitandosi di energia per un dettaglio.

“LeBron”. Atlanta. Una conoscenza quasi di famiglia. La invita a vedere una partita. Ad Atlanta arrivano i Lakers. Con lui, LeBron. Un posto vicino. Vicino a The King. Che la fa impazzire . “E’ enorme. Lo vedevo da vicino. Non smettevo di fare video. In ogni modo. Senza smettere di osservarlo. Seguendolo dappertutto”. Occhi felici, che si accorgono del suo status nel riscaldamento, nei comportamenti in panchina. E nella sua capacità di guidare tutti in campo, dove i vantaggi dello status non esistono più.

“Elisa Penna e Cecilia Zandalasini”. I suoi modelli. I suoi riferimenti. Vicini. Con cui parlare. Con cui scriversi. Steph Curry e la sua -infinita- distanza di tiro come il gesto da copiare per finire con un sorriso-sfida ogni giornata in palestra, urlando il suo nome mentre tira da otto metri tendenti a nove. “I mean -l’espressione che le esce in automatico anche quando torna in Italia- che mi sento tiratrice. Qui ho imparato a selezionare meglio. A non fermarmi al prendere e tirare”. E i due pugni ad ogni canestro da tre li mostra. Per esultare.

Un po’ mischiando timidezza e voglia di urlare. Come facciamo un po’ tutti prima di alzare gli occhi e guardare dritto la sfida che ci aspetta.

Marco Crespi