“Tell them… Tell the team to bear down”, ovvero “Digli… Dì alla squadra di non mollare”: queste le parole che l’ex coach di football di Arizona Pop McKale sentì un giorno di ottobre del 1926 dal suo quarterback ventiduenne John Button Salmon, sul suo letto di dolore prima della triste scomparsa in seguito a un incidente d’auto. Bear Down è il mantra se per caso ti trovi a percorrere il campus di University of Arizona a Tucson, città che dal 1885 ospita l’ateneo, a un passo dal deserto di Sonora, con un clima che definire mite è un understatement, considerate le circa 286 giornate di sole l’anno medie.

Ma non solo: “Bear down” è un motto simbolo di resistenza e capacità di affrontare le grandi sfide, un termine che calza perfettamente con la storia di un italiano, un siciliano che oggi siede sulla panchina della squadra femminile di Arizona, da assistente allenatore della moglie Adia Barnes. Il suo nome è Salvo Coppa, che portando il cognome del padre Santino Coppa non poteva che essere un predestinato della panchina, e che in questi giorni ha preso parte da protagonista allo splendido cammino delle Wildcats fermatosi solo nella Finale del Torneo NCAA. Un Torneo che era partito senza le aspettative degli osservatori ("Alcuni opinionisti ci davano già fuori al primo turno, altri al secondo…", ricorda Salvo) e che è diventato, come solo la March Madness sa fare, una bella storia di riscatto per Arizona.

Un sogno che nasce dall’età di 22 anni, quando Salvo inizia ad allenare apprendendo dal miglior maestro possibile, il padre Santino. Ma già con un occhio agli Stati Uniti: "Già agli inizi da allenatore guardavo il college basketball e tra tutti guardavo con ammirazione Geno Auriemma: lo ritengo una leggenda per quello che ha fatto, per la sua bravura e quello che ha creato con UConn". Quando Salvo parte per gli Stati Uniti per ricominciare da zero Santino, forse per stemperare un po’ la preoccupazione e il timore del momento, sdramatizzando lo saluta così: "Salvo, stai tranquillo, non ti preoccupare che diventerai meglio di Geno Auriemma!". Teniamoci buono questo nome dalle origini italiane, perché tornerà, eccome, in futuro.

Con una valigia piena di entusiasmo e sogni, parte una nuova avventura: "Ma non ero solo, ho sempre avuto l’appoggio di Adia, non sono mai stato completamente solo negli Stati Uniti. Ho iniziato da assistente volontario con una delle più grandi organizzazioni WNBA, le Seattle Storm: lì sono stato fortunato perché ho imparato tantissimo da coach come Brian Agler, la vice Jenny Boucek (oggi ai Dallas Mavericks), Nancy Darsch, e da giocatrici come Sue Bird, Lauren Jackson, Tina Thompson, Swin Cash... da tutto l’ambiente ho imparato tantissimo e soprattutto ho compreso il sistema americano, differente da quello italiano".

Non solo WNBA, il lavoro di un coach agli inizi negli USA è anche altro. "Finita la stagione ho fatto lezioni individuali alle giocatrici e ho iniziato ad allenare nelle scuole. Nel 2012 ho scelto di lavorare per un college e ho ricevuto un’offerta da Montana State University, un’ora di volo e dieci ore di macchina da Seattle: non un viaggio da poco, specie d’inverno perché le strade erano innevate e piene di ghiaccio. Immaginate per un siciliano come me l’impatto con un meteo del genere…". L’esperienza dura meno del previsto, una stagione piuttosto che le due inizialmente previste da Salvo: "È stato un anno bellissimo, ma ero troppo distante: dall’Italia, da Seattle, da tutto quello a cui ero abituato".

La scelta successiva è ricominciare da zero: "Ho scelto di ripartire dalle High School, arrotondando il mio stipendio insegnando, prima da supplente, poi da insegnante a tempo pieno. La materia? Lingua spagnola". Una vita che ti assorbe, muy cansado: "Le mie giornate dal lunedì al venerdì erano così strutturate: sveglia alle 5, alle 6 riunione degli insegnanti, alle 7:50 via alle lezioni sino alle 13. Nel pomeriggio correggevo i compiti e poi dalle 17 in palestra: se c’era allenamento tornavo a casa per le 20 circa, in caso di partita alle 23".

Nel frattempo, Adia Barnes sta crescendo anche lei, nel ruolo di assistente: con Washington University va per la prima volta alle Final Four (2016), nello stesso anno riceve l’offerta di Arizona, la sua alma mater. La decisione della coppia di trasferirsi a Tucson è immediata e si materializza in brevissimo tempo: "Abbiamo fatto le valigie nel giro di un giorno…".

Adia e Salvo si ritrovano a Tucson, e la famiglia nel frattempo sta crescendo: arriva Matteo, il loro primo figlio. Lo raggiungerà alla fine del 2020 Capri: se vi è capitato d’imbattervi in qualche clip di questi giorni, vedrete sempre la coppia con un passeggino. "Avere due bambini piccoli e lavorare entrambi non è la cosa più semplice, specie qui negli Stati Uniti dove non si finisce mai di lavorare. Tra partite e reclutamento si viaggia tanto e in giro per il mondo. Credo che il fatto che io e Adia amiamo questo lavoro renda tutto più facile. Le dinamiche di coppia alla fine non sono un fattore: quando siamo in ufficio non pensiamo al fatto che siamo marito e moglie, è tutto davvero molto semplice".

Ritorniamo al momento dell'arrivo a Tucson. Arizona, in quel momento non se la passa bene: in fondo ai ranking dei college e della PAC-12, la division di appartenenza (unanimamente riconosciuta come la più competitiva d’America), ha bisogno di ricostruire. Non è un aspetto facile, in un college, ma Adia e Salvo sono lì per quello: "Dopo i primi due anni di transizione, è cambiato qualcosa nel terzo: nell’aprile 2019 abbiamo vinto il WNIT, l’anno scorso il Covid ha bloccato la nostra stagione ma ci eravamo già qualificati per le March Madness con un grande entusiasmo attorno, richiamando 15mila spettatori alle partite. La città di Tucson era con noi". Il segreto di un miglioramento costante del gruppo e delle giocatrici? "Ci piace fare tanto lavoro individuale, riteniamo che anche nella fascia d’età in cui sono possano migliorare tanto sulle basi, sui fondamentali, sull’equilibrio. Per noi è più importante che mettere qualche gioco di squadra in più: il nostro gioco infatti è semplice, tanto pick and roll, dribble drive e difesa. Una difesa basata sulla pressione a tutto campo, sul negare il passaggio e il post basso che, all’inizio, molti addetti ai lavori pensavano non si potesse applicare nei college".

Questi principi ci sembrano già noti, ci pare di averli già sentiti a Priolo: "Naturalmente, sia per me che per Adia, uno dei più importanti maestri è stato mio padre, specie per l’attenzione sui fondamentali". Ma anche da un coach di Eurolega: "Ettore Messina? Posso solo ringraziarlo, ho avuto modo di vederlo all’opera a Mosca, Madrid, Milano, San Antonio… E anche lui è venuto qui a Tucson. Io e Adia abbiamo imparato tanto da lui, specie a livello difensivo".

A proposito di formazione, non potevamo esimerci dal chiedere a Salvo Coppa di contestualizzarci la scelta, per una giocatrice italiana, di andare all’università negli States: "La scuola tecnica italiana, specie a livello di coach, è ottima. Il progresso tecnico credo che qui dipenda dal college in cui vai, dalla Conference in cui giochi, da tanti fattori. Io penso che però andare in un college di un certo livello sia una scelta di vita più oltre che di pallacanestro: impari un’altra lingua, ti trovi in un paese straniero, da un punto di vista formativo è qualcosa di unico".

Finita la digressione, flashforward deciso sino alle Final Four, le prime nella storia di Arizona, quelle del riscatto: "Gli esperti ci davano sempre come sfavoriti, non venivamo considerati, le ragazze sono state brave a prendere quello che si sentiva in giro come uno stimolo. A loro abbiamo detto di vivere alla giornata, vivere il momento, non guardare nemmeno il tabellone…e in definitiva, è grazie a loro che siamo andati avanti e abbiamo potuto applicare i nostri principi difensivi: è grazie al loro atletismo, la voglia di sacrificarsi e lo spirito di squadra. Tutti parlano di Aari McDonald, ma oltre a lei, c'è anche la nostra difesa, che ha colmato molti gap fisici nel corso del Torneo".

A San Antonio, la squadra arriva perciò con poca pressione e tanto entusiasmo: la coppia Barnes-Coppa sempre col passeggino a portata di vista, mentre c'è preparare la partita contro il miglior attacco degli States, UConn ("Fermare il contropiede, i tre punti da pick and roll o da passaggio consegnato", il piano esplicatoci nei dettagli da Salvo proviamo a riassumerlo in quello). Di giorno, lo fanno mentre c’è da gestire Matteo che corre per le stanze d’albergo: di notte spesso si lavora con un po’ più di pace, sacrificando un po’ di sonno ("Ma l’adrenalina del momento e la voglia di vincere fanno il resto", dice Salvo).

Perchè torniamo sempre a UConn? Perchè il destino ci vede benissimo e ha un accento tutto italiano. A San Antonio il 4 aprile contro Stanford, sul tiro che si stampa sul ferro di McDonald dopo una rimonta dal -9 di pura grinta, si spegne un sogno bellissimo di Arizona. Il 2 aprile però si era chiuso un cerchio, durante il prepartita della Semifinale Arizona-UConn: "Sono al campo, e vedo avvicinarsi Geno Auriemma. Sa che sono italiano, mi augura “In bocca al lupo”. In quei 5 secondi sento una certa emozione, penso “Ti guardavo in tv sin da quando ero un giovane allenatore in Italia… E ora siamo qui”". Salvo ripensa a quei momenti, forse anche a quelle parole di suo padre Santino quand’era partito, e sorride: penso sia il sorriso di chi ha realizzato quello che in tanti definiscono “il sogno americano”, e di chi non vuole fermarsi qui perchè lo sta vivendo con chi ama di più.

Bear down, Salvo and Adia (e Matteo, e Capri)!

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